Rupturing half a dozen eggshells and dropping them into a pot of boiling water, while the supposed changeling of the situation watches the scene, is one of the most common methods to send back to its world a magical creature, child of the fairy folk, and to receive in exchange the boy or girl from our world with whom its kin could have replaced it.
Of this, at least, the parents of Vivian are convinced, who, by virtue of their influence, will grow up thinking she is an intruder in twenty-first-century Dublin, and who will devise a thousand stratagems to reestablish contact with the reality of the marvelous from which she imagines she originates…
Eggshells, Portals and the Fairies
«Vado a cercare un Grande Forse».
Nestled between a dreamy Amélie Poulain, a Fleabag who takes everything literally, and a determined Chihiro from Hayao Miyazaki’s Spirited Away, Vivian thus becomes the protagonist of a modern expulsion from theParadise of childhood, who once grown up endures every kind of urban misadventure while still seeking portals, code names, and fairies to help her reclaim her place in the world.
To tell her story, in the novel Eggshells (offered in Italy by Safarà, translated by Laura Albertini), is the Irish writer Caitríona Lally, a prominent voice in her country’s literary scene and beyond, close to the delicacy of poets like William Butler Yeats yet at the same time hilarious and extravagant—take, for instance, her idea of providing Vivian with a friend named Penelope for the mere name she bears. Epic? Not really; destined rather to fail to rhyme with “antelope.”
We spoke with her to learn more about her relationship with writing, the genesis of Eggshells, and her ties to Gaelic legends and to literature, and more broadly about her life in Dublin. Here is how it went…
Caitríona Lally, è da poco arrivato in Italia il suo romanzo d’esordio, Gusci d’uova, che in Irlanda era stato pubblicato nel 2015.
“Sì, e che bellezza ritrovarmi a tu per tu con Vivian, la protagonista dell’opera, dopo tutti questi anni. Il suo è stato il primo personaggio a cui abbia mai dato vita. O meglio: il primo che abbia visto prendere vita di sua volontà”.
In che senso?
“Sulle prime Gusci d’uova doveva essere un saggio. Avevo iniziato ad abbozzarlo nel 2011, quando ero rimasta disoccupata e vagavo per Dublino dividendomi fra un colloquio e l’altro, con l’impressione di non appartenere a mia volta a questo mondo e di aver smarrito me stessa. Per distrarmi segnavo in un taccuino i nomi delle vie da cui passavo. Certe lettere scolorite trasformavano i toponimi in espressioni assurde, al che mi sono detta: E se a registrarle fosse un personaggio amante come me dei giochi di parole?“.
Detto fatto.
“Sì e no, in realtà. Vivian si è fatta strada nella mia mente, decidendo in totale autonomia quanto e cosa mostrarmi di sé, tant’è che ancora oggi confesso di non sapere minimamente che aspetto abbia”.
Sul serio?
“So di lettrici e lettori convinti di aver letto una sua descrizione fisica fra le pagine del romanzo, ma è impossibile. Se le ho addirittura fatto coprire gli specchi della casa della sua prozia pur di non descrivere il suo riflesso! In compenso la sua voce l’ho sempre sentita forte e chiara. È stata lei a guidarmi nella stesura, insieme all’energia propulsiva di Penelope, che Vivian conosce dopo aver affisso un curioso Cercasi amica con questo nome“.
Penelope che è la prima e l’unica ad andare d’accordo con la protagonista.
“E per di più in un momento in cui Vivian non potrebbe contare su nessun altro, giacché ha perso la prozia e ancora prima i genitori, che erano morti dopo averla sottoposta a ogni forma di maltrattamento”.
Una condotta non solo romanzesca, la loro.
“Purtroppo no. In passato c’erano famiglie dell’entroterra irlandese che ricorrevano sul serio a questi metodi per ‘bruciare’ più o meno letteralmente l’identità di un potenziale changeling. Era il loro modo di neutralizzare il diverso”.
Anche nel Sud Italia esisteva una credenza simile, come per esempio racconta Luigi Pirandello nella Favola del figlio cambiato. Ma torniamo a Vivian: dopo i suoi genitori, dicevamo che a lasciarla è anche la prozia Maud.
“Ed è da lì che prende le mosse il libro, anche se Vivian vive la sua scomparsa più come un’occasione di libertà che come un lutto. Un po’ com’è successo a me quando ho lasciato per la prima volta la casa dei miei: potevo svegliarmi a qualunque ora, non dare conto e ragione dei miei movimenti, ingozzarmi di caramelle…”.
Che pacchia!
“Oltretutto lei non ha problemi economici, perciò può continuare a focalizzarsi sulla dimensione più magica dell’esistenza. La stessa che mi sforzavo di intravedere io nella Dublino di una quindicina di anni fa”.
E dica, da allora la città è cambiata molto?
“Decisamente. Nel rileggere il romanzo in questi mesi, ho realizzato che tanti dei negozi citati nel libro non esistono più, che sono cambiati i colori delle case e i tragitti degli autobus. Non so se Vivian si orienterebbe ancora, con le sue mappe… Forse ci riuscirebbe meglio sua sorella, che è più figlia dell’elettricità che delle fate”.
Sorella di Vivian che si chiama a sua volta Vivian. Come a lasciarci intendere che esistono due evoluzioni della stessa persona, una ancora in cerca del proprio centro e l’altra pienamente integrata nella realtà
“Lì per lì non ci avevo riflettuto, mi stuzzicava giusto l’idea che condividessero lo stesso nome a dispetto delle loro differenze. Ma ora che sto collaborando allo script di un film tratto da Gusci d’uova, ho scoperto che anche due degli sceneggiatori l’hanno interpretata così. Al punto che stiamo cercando di capire come evidenziare questo aspetto nella pellicola”.
Ci vorrà ancora molto per vederla sul grande o piccolo schermo?
“Non ne ho idea, sono nelle mani dei produttori. Quello che so è che intanto ho recuperato l’Ulisse di James Joyce, che prima di dare alle stampe Gusci d’uova non avevo mai letto”.
E le è piaciuto?
“L’ho trovato gustoso e travolgente. Mi sono rimasti particolarmente impressi i passi su Circe, alla quale ho dedicato un saggio breve nella collettanea The Book About Everything“.

Da Penelope a Circe, passando per le fairies, i riferimenti alla mitologia tornano con una certa frequenza.
“In Eggshells, però, il mio intento era quello di inserirli in una cornice inconsueta: una capitale segnata da un contesto sociopolitico tutt’altro che idilliaco”.
In effetti le brutture del presente sgomitano per farsi spazio nella quotidianità di Vivian.
“E tuttavia lei le respinge. Non ne vuole sapere del dolore o della guerra, in parte per via dei suoi traumi pregressi e in parte perché è davvero convinta di non appartenere a questo mondo, in cui le sole priorità degli adulti sembrano essere il denaro, il successo, l’arrivismo”.
Per lei sarebbe invece più importante trovare una qualche forma di connessione, no? Non per forza prodigiosa, magari anche solo umana.
“Chiaro. Proprio come quella che instaura con la bizzarra Penelope, e che nell’epilogo la porta a concentrarsi più sulla prima vacanza da organizzare con l’amica che sull’ennesimo tentativo di rintracciare il piccolo popolo”.
Anche se forse, prima o poi, riuscirà comunque ad andare “attraverso lo specchio” come la Alice di Lewis Carroll
“Del resto il suo Paese delle Meraviglie ha varie attinenze con l’Otherworld del folklore celtico: una dimensione parallela alla nostra, che pulsa di vita propria e non è collegata all’aldilà cristiano. Oggi fa meno parte dell’immaginario metropolitano, ma viene da una tradizione tutt’altro che astrusa. E che rende tutt’altro che astrusa la stessa Vivian, checché ne dica qualcuno”.
Si riferisce a qualcuno di specifico?
“Diciamo che ripenso spesso a un incontro a cui ho partecipato anni fa, per parlare di Gusci d’uova con un gruppo di lettura. Una signora aveva insistito a chiedermi una diagnosi clinica di Vivian, almeno finché non è intervenuto uno psichiatra che era a sua volta membro del club: ‘If she can live by herself and take care of herself, there’s nothing wrong with her’, ha tagliato corto. E che sollievo sentirlo dire a uno specialista”.
Addirittura?
“Ma sì, perché il rischio è di etichettare Vivian come aveva fatto la sua famiglia, anche se stavolta in prospettiva scientifica. Capisco che la consapevolezza collettiva rispetto alle neurodivergenze stia aumentando, ed è un bene, ma in un romanzo di stampo fantastico non è con la lente della patologizzazione che dovremmo guardare alla sua personalità”.
Guardiamola allora da un’altra prospettiva: quella di una giovane adulta pronta ad ammettere che non leggerà mai certi libri stipati nella casa della prozia.
“Ennesima mia caratteristica che ho trasmesso a Vivian. Da ragazza portavo a termine qualunque testo avessi cominciato a leggere anche solo per sbaglio. Poi invece mi sono resa conto che la vita è troppo breve per regalare il nostro tempo a storie che non ci appassionano, e ho cambiato direzione”.
Quand’è così, ci sveli cosa include la sua lista di opere da non leggere nella vita.
“Non è propriamente una lista, direi piuttosto una categoria… Quella di certe autobiografie di personaggi famosi che ruotano intorno alla solita infanzia tormentata, e al self-made man o alla self-made woman di turno. Perché non sempre si soffermano sulle peculiarità del singolo individuo e su ciò che distingue la parabola di un artista del Bronx da quella di un magnate come Donald Trump. Se non le sento autentiche, preferisco dedicarmi a qualcos’altro”.
Come al suo lavoro di donna delle pulizie?
“Ecco, per dirne una. È un’attività che svolgo da un bel pezzo al Trinity College, dove ho anche studiato e insegnato, e tramite la quale accedo a una dimensione che quando scrivo non sperimento mai”.
Ovvero?
“Quella della soddisfazione istantanea. Quando lavori a un testo, impieghi un tempo incalcolabile per chiudere una bozza che continuerà a sembrarti migliorabile per l’eternità. Non finisci mai, non ti rilassi e non ti senti appagata. Mentre se hai secchio e mocio fra le mani puoi ambire alla perfezione in una manciata di minuti, ed essere sicuro che non ci sia altro che ti tocca ‘rifinire’. Un’esperienza profondamente liberatoria”.
Che negli anni potrebbe soppiantare la sua carriera di scrittrice?
“No, anzi. Attualmente sto provando a tornare alla narrativa e ho già due personaggi che mi ronzano in testa”.
Chissà che uno di loro non sia proprio Vivian.
“…ebbene sì, sono rimasta legatissima a lei, e fra le altre cose sto valutando un sequel incentrato sui suoi viaggi con Penelope. Ho l’impressione che là fuori ci siano ancora tante avventure ad aspettarla”.
“Là fuori” dove, di preciso?
“Eh, questo non l’ho ancora capito, ma aspetterò che sia Vivian stessa a indicarmi la strada. Tanto, comunque vada, so che posso continuare a fidarmi ‘ciecamente’ di lei”.