Il romancinismo è il tentativo di restare romantici dopo aver accumulato prove sufficienti per diventare cinici. Il romancinismo è il romanticismo sopravvissuto ai fatti. Il romancinismo è una corrente di pensiero che oscilla tra speranza e resa, per me è una poetica, una filosofia, un movimento con una propria storia e una propria cultura fondativa, per esempio anche noi romanciniche abbiamo avuto la nostra tauromachia, i nostri minchiotauri, incontri leggendari con personaggi metà uomo e metà testa di… vabbè si è capito.
Romancinismo has to do with the passing of time
Il romancinismo ha a che fare con il tempo che passa. La cosa strana dell’invecchiare è che perdi cose che non sapevi di avere, tipo un metabolismo o una bella regione sottomentoniera, che poi è il collo tonico.
Il tracollo fisico si chiama così perché parte dal collo, posso garantirlo, un giorno ti svegli e ti senti un tucano. Ugualmente la romancinica ha trovato una forma di equilibrio con il proprio corpo e con i propri limiti, basta che non la flagellino con le frasi motivazionali, tipo “Sei una regina, sei una queenager, sei una fenice, è iniziata la tua seconda vita”. Stiamo ancora cercando di finire la prima, io per esempio sono otto anni fuoricorso rispetto ai quaranta.
Gli stessi adolescenti con cui vivo sono una piccola tribù romancinica. Mio figlio Lorenzo mi ha detto, con tono confidenziale: “Sai con Pietro non si può parlare di cultura e di sentimenti”. L’affermazione mi ha colpito, il discorso più articolato che ho sentito fare dai bro riguardava i deltoidi. “Perché tu e gli altri amici parlate di sentimenti?” ho indagato. “Sì, per esempio Francesco mi dice che dobbiamo puntare alle 2012 perché quelle del 2010 come noi non ci guardano e io dico che no, perché mia sorella è una 2012, sarebbe strano”. Cultura e sentimenti, e i poeti muti. Tra l’altro questa cosa di parlare delle ragazze e dei ragazzi per annate, come vini novelli fa ridere, per loro un 2001 è proprio odyssey nell’ospizio.
What Do Poets Know: Antidotes to Sadness
What Do Poets Know è una piccola collezione di romancinismi. Non sono poesie, al massimo sono blues da cantare sotto la doccia, antidoti alla tristezza: nella vita c’è tanto di bello, ma capita anche che fori l’anima prendendo una buca in un giorno qualsiasi lungo la strada. C’è dentro molto sentimento, coppie e coppie che scoppiano, perché proprio ad amarsi, qualche volta, si rovina l’amore. Ci sono dentro molte fini, convinta sempre e comunque che tra i tanti modi di dirsi addio il peggiore sia restare.
Ci sono dentro piccole istruzioni per persone che continuano ostinatamente a cercare poesia nella realtà e realtà nella poesia, in fondo basta attribuire significati a cose che non ne hanno, un talento inutile che coltivo fin da bambina. Se vuoi trovare un po’ di poesia, comincia a scriverla, mi sono detta.
Cosa ne sanno i poeti è il suo nuovo libro, sempre edito da Bompiani. Tra le sue pagine, la scrittrice torinese prende in prestito i versi, le rime, il gioco dei suoni che si rincorrono dei poeti, dando vita a testi, scritti nel corso degli anni, che sono “una sorridente chiamata alle armi per tutte e tutti coloro che credono nel potere dello humour e della poesia di illuminare l’esistenza”.
Nasce così una dichiarazione di poetica e di ironia di una donna innamorata della vita e delle sue imperfezioni e, al tempo stesso, un inventario sentimentale nel quale chi legge può riconoscersi. Il suo è un manifesto di “romancinismo“, nel quale a vincere è sempre lo slancio indomito di chi alla fine “sa tutto, che si abbraccia col bello anche tanto del brutto”.