Things in Nature Simply Grow: Yiyun Li and the Logic of the Abyss

23 September 2026

“My husband and I had two children and we lost them both: Vincent in 2017, at 16; James in 2024, at 19. Both chose suicide, and both died not far from home.”

The new memoir by Yiyun Li, winner of the Pulitzer Prize 2026 in the category memoir or autobiography and a finalist for the National Book Award for essays, cannot help but begin with the facts, in their unflinching bluntness.

Li, already the author of a memoir about her own suicide attempt and of a book written after the death of her first son, knows well the limit of words, their insufficiency in the face of the abyss that such an extreme experience has driven her to inhabit. She knows she must “confront the extreme” and she knows that every word risks turning out wrong, irrelevant beside the catastrophe. Things in Nature Simply Grow, newly released by NN Editore in Laura Noulian’s translation, thus arrives with an awareness of its own failure: one must tell something that perhaps would require a new alphabet, and one must do so with the old, overused language we have at hand. And yet Li wants to write a “book for James,” just as after Vincent’s death she wrote Where Reasons End. It doesn’t matter if the words fail: their failure is nothing in comparison to the extremity of having lost two children.

Un libro di fatti inalterabili

Questo, dunque, è un libro di fatti. “I fatti sono la parte più dura e più difficile della vita, eppure i fatti, inalterabili, portano con sé un certo ordine e una certa logica. La narrativa, l’ho imparato scrivendola e leggendola, tende a occuparsi dell’inesplicabile e dell’illogico”. Li tenta allora un’impresa impossibile: affrontare l’abisso attraverso la logica, cercare di mettere ordine nel dolore con la precisione dei fatti. È l’unico modo in cui questo libro può essere scritto, perché è il modo in cui James abitava il mondo.

Sta qui la differenza fondamentale tra il libro scritto per Vincent e quello per James. Dove le ragioni finiscono, ricorda Li, era già pronto due mesi dopo la morte del primo figlio: quando Vincent era vivo, madre e figlio parlavano e discutevano continuamente, e sembrava quasi naturale che quel dialogo proseguisse dopo la sua morte. James, invece, era silenzioso, taciturno, imprendibile. Aveva una mente matematica, leggeva Wittgenstein, imparava da solo le lingue e provava per il linguaggio un piacere filosofico, lontano da quello “poetico, musicale e sensuale” di Vincent. Se Vincent era sentimento, James era pensiero; e se un libro per il primo poteva essere scritto attraverso il sentimento, quello per il secondo dovrà passare per la logica e la precisione dei fatti.

È il solo modo che Li trova per avvicinarsi a quel figlio che aveva sempre custodito dentro di sé uno spazio difficilmente accessibile agli altri, con l’eccezione forse del fratello, e per arrivare almeno a un’approssimazione della sua mente.

Interrogarsi sul rapporto tra vita e letteratura

Nel tentativo di trovare una forma capace di avvicinarla a James, Li finisce così per interrogarsi anche sul rapporto tra vita e letteratura. Di fronte a ciò che le è accaduto, molta narrativa le appare “pallida e flebile”. Pensa alle tragedie greche, a Euripide, al monologo di Costanza nel Re Giovanni di Shakespeare, a quelle madri che esprimono il proprio strazio in una tonalità molto più alta della sua; ma nessuna tonalità, nessuna forma letteraria può essere all’altezza del peso di due semplici fatti: “Vincent è morto, e poi è morto James”. “Se ti lamenti perché scrivere è difficile”, dice Li ai suoi studenti di scrittura creativa, “allora devi aver capito molto poco della vita”.

La ricerca dei fatti e di una logica quasi matematica con cui attraversare quello che l’autrice si rifiuta ostinatamente di chiamare lutto, la conduce verso una scrittura che aspira a una forma impossibile di precisione e che ha a che fare, prima ancora che con l’arte, con la necessità. Li sembra persino diffidare dell’idea che l’arte sia necessaria: dall’abisso in cui si trova, ciò che conta è soltanto riuscire a vivere “adesso e adesso e adesso”. Dopo la morte di James, tutto ciò che riesce a fare deve rispondere a questa esigenza. La necessità impone di rivolgere l’attenzione ai dettagli, perché “tutto ha rilevanza, tutto ha peso”; impone che ogni cosa venga “notata e archiviata senza eccessivo coinvolgimento”. È esattamente ciò che fa questo libro, procedendo con un controllo e una freddezza che, invece di attenuare il dolore, finiscono per renderlo ancora più lancinante.

Una riflessione sul tempo (“non un libro sul dolore o sul cordoglio”)

Al centro di questa riflessione c’è il tempo. Per chi deve continuare a vivere dopo la morte di una persona amata, scrive Li, il tempo non si ferma: diventa monotono, pesante, si trasforma nel masso di Sisifo che bisogna continuare a spingere. Non si può lasciar cadere il tempo, proprio come non si può lasciar cadere un neonato che piange tutta la notte: bisogna semplicemente andare avanti. E andare avanti nell’abisso, sapendo che dall’abisso non si uscirà, significa per Li imparare ad abitarlo attraverso la logica e il pensiero. È qui che Things in Nature Simply Grow si allontana da molti libri che hanno raccontato la perdita: non cerca nella letteratura una forma di guarigione o di elaborazione, e nemmeno la possibilità di ricavare dalla tragedia un significato. “Questo non è un libro sul dolore o sul cordoglio”, dichiara l’autrice. Non offre consolazione, non promette una conclusione, non costruisce alcuna redenzione.

Quella che Li cerca è piuttosto una forma di “radical acceptance”: se l’abisso è ormai il luogo in cui dovrà vivere, continuare a opporvisi non può che aumentare lo sfinimento. Bisogna accettare l’irreversibilità delle cose, ed è per questo che nel libro acquista tanta importanza il giardinaggio. Things in Nature Simply Grow: dopo la morte di James, la frase diventa un pensiero ricorrente. Le cose crescono “finché non arriva per loro il momento di morire”. Il giardinaggio insegna alla scrittrice la pazienza, la rinuncia alla perfezione, la necessità di fare concessioni, ma soprattutto le insegna il realismo. I fiori, allora, non devono diventare simboli o metafore, non devono travalicare il letterale. Sono fatti anch’essi, sottoposti alle leggi della natura. Né la letteratura né il giardinaggio potranno restituirle i suoi figli.

Un libro che diffida di ogni consolazione

È proprio nella riflessione sulla maternità che l’”accettazione radicale” teorizzata da Li assume la sua forma più estrema. Non pretende di conoscere fino in fondo il pensiero di James, né di poter spiegare la sua decisione. Di una cosa, però, si dice certa: il figlio sapeva che lei e il marito avrebbero rispettato la sua scelta e sperava che sarebbero riusciti a sopravvivere alla sua morte, come erano già sopravvissuti a quella di Vincent. È una forma di consolazione, se questa parola può ancora avere un senso in un libro che diffida di ogni consolazione. Li e il marito avevano cercato per tutta la vita di rispettare il libero arbitrio dei figli, preoccupandosi meno di ciò che facevano che di ciò che erano, lasciando loro lo spazio per diventare sé stessi. E per Li questo rispetto arriva a comprendere persino ciò che per un genitore appare impossibile accettare. “Una madre può fare tutte le cose umanamente concepibili per un figlio, ma non può tenerlo in vita.”

Anche lei, del resto, aveva tentato il suicidio, esperienza raccontata in Caro amico, dalla mia vita scrivo a te nella tua. A salvarla erano state la lettura e la scrittura, ma persino qui Li rifiuta di trasformare la letteratura in qualcosa che non è: scrivere offre un “rifugio transitorio”, può avvicinarsi alla salvezza soltanto per approssimazione. Non guarisce definitivamente, non restituisce i morti.

Forse è anche per questo che Li è così dura nei confronti dei luoghi comuni con cui gli altri tentano di avvicinarsi al suo dolore. Non capire fino in fondo un’esperienza che non si è vissuta e non trovare le parole adatte è inevitabile: è difficile persino per lei, che delle parole ha fatto il proprio mestiere. Ma frasi convenzionali, buone intenzioni e diverse forme di egocentrismo finiscono spesso per immiserire proprio ciò che vorrebbero consolare. Things in Nature Simply Grow rifiuta tutto questo. È una meditazione sull’accettazione radicale scritta dall’abisso, un libro che ricorre alla logica, al pensiero matematico e filosofico, alla precisione dei fatti per dare un ordine a qualcosa che un ordine non può avere. E sotto quella lingua controllata, asciutta, quasi impassibile, il dolore continua a farsi sentire. Forse proprio perché Li non gli permette mai di gridare, noi continuiamo a sentirlo urlare.

Amelia Hartwell

I write about books the way I read them: slowly, curiously, and with attention to the details that linger after the final page. At Lythrum Press, I cover literary fiction, essays, memoirs and the wider culture of reading, with a particular interest in voices that challenge familiar ways of seeing the world. My work is guided by one simple idea: a good book deserves more than a reaction — it deserves a conversation.